Di Ing. Ugo Lops

Nel mondo giudiziario, il Consulente Tecnico d’Ufficio viene spesso percepito come un semplice traduttore di dati: un professionista chiamato ad analizzare un crollo, un guasto meccanico o un difetto edilizio e a trasformarlo in una relazione tecnica.
È una rappresentazione comprensibile, ma incompleta.
Dopo oltre trent’anni di attività tra tribunali e procedure di mediazione, ho imparato che la tecnica, da sola, non è sufficiente. O, meglio, non lo è quasi mai.
Oltre la perizia
Nel tempo, qualcuno ha iniziato a definirmi il “CTU delle mediazioni”. È un’etichetta che non ho mai cercato, ma che in qualche modo racconta bene il mio modo di lavorare.
Perché, accanto alla ricostruzione tecnica dei fatti, ho sempre sentito l’esigenza di fare un passo ulteriore: provare a capire se quella controversia potesse essere risolta prima di trasformarsi in un percorso lungo anni.
L’esperienza insegna che, quando si arriva a una sentenza dopo molto tempo, difficilmente qualcuno esce davvero soddisfatto.
Come ricordava Piero Calamandrei: “Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore; ma l’avvocato [e il consulente] no.”
Il tempo del dialogo
Ci sono stati casi in cui il lavoro non si è concluso con il deposito della relazione. Situazioni in cui aveva senso fermarsi un po’ di più, continuare a parlare, mettere a confronto le posizioni.
Non sempre è possibile, ma quando accade il risultato è diverso: più rapido, più equilibrato, e spesso più giusto.
Una visione d’insieme
Il mio percorso professionale si è sviluppato in ambiti diversi: dall’ingegneria civile edile, meccanica e industriale.
Nel tempo è diventato evidente che i problemi reali raramente appartengono a un solo ambito. Solo una visione complessiva consente di individuare le cause reali e le responsabilità.
Oltre il calcolo
Con l’esperienza si comprende che ogni controversia ha anche una dimensione umana. Dietro ogni perizia ci sono aspettative, tensioni e talvolta frustrazioni.
In conclusione
Oggi credo che il ruolo del consulente tecnico richieda qualcosa in più della sola specializzazione: equilibrio, ascolto e buonsenso.
Risolvere un caso significa comprendere la materia, ma anche saper tenere insieme le ragioni delle parti.




Oggi ricorre la morte del celebre filosofo Giordano Bruno, nato a Nola nel 1548 , e che per le sue idee è stato arso vivo in Campo dei Fiori a Roma il 17 febbraio 1600. Una mente libera che metteva a repentaglio il controllo delle coscienze.
Quando nel 1995 decisi di intraprendere la professione di ingegnere nel settore contenzioso giudiziario iscrivendomi presso il Tribunale di Foggia e dal 2000 presso il Tribunale di Bologna, molti colleghi giudicarono la mia scelta temeraria. Infatti essere un buon tecnico da contenzioso giudiziario significa necessariamente sapersi esprimere in modo chiaro, anche per chi tecnico non è (giudici, avvocati, parti, ecc.). Inoltre bisogna conoscere e rispettare le varie leggi dei codici e le norme che regolano la materia e al tempo stesso riuscire, a seconda del ruolo che di volta in volta si ricopre (ausiliario del giudice, consulente di parte, arbitro, mediatore, perito stimatore, ecc.), a svolgere il compito assegnato al meglio per il proprio committente, ma senza mai dimenticare di conservare la propria onestà intellettuale.












